Semel in anno licet... festeggiare (p.II)

Luciano Gallo Pecca fece, negli anni ’80 del Novecento, un ottimo lavoro di classificazione delle maschere presenti nelle feste primaverili carnascialesche del territorio di Piemonte e Val d’Aosta. Si tratta di una tassonomia molto valida ed ancora oggi utilizzabile, che divide la manifestazioni di Carnevale in venti classi, a secondo di quello effettivamente presente (Gallo Pecca, 1987, pp. 19-26).

In Ossola, naturalmente, non sono presenti tutte le categorie di maschere e manifestazioni. Innanzitutto uno degli aspetti maggiormente presenti sul territorio sono le maschere relative a sposi e vecchi: gli sposi, infatti, rappresentano la primavera della vita, che si alternano in maniera dicotomica ai vecchi sposi, eponimo dell’inverno. In particolare gli sposi ossolani sono rappresentati, spesso, come coppie di differenti classi sociali, il cui amore trascende le differenze e permette, anche tramite ad esempio inganni vai, che l’Amore trionfi sulle convenzioni sociali. 

Da segnalare che, oggi, i roghi carnevaleschi ed i processi al Carnevale non si fanno più. Questo non significa che i falò siano usciti dal contesto rituale, ma si sono trasformati in falò solstiziali, che si svolgono prevalentemente nei primi giorni dell’anno, a cavaliere dell’Epifania). Non si hanno invece tracce di veri e propri processi al Carnevale: i testamenti ed i rimbrotti alla società non vengono affidati al carnevale condannato, quanto piuttosto al discorso degli sposi (vedasi Togn e Cia di Domodossola piuttosto che Arlori e Zecra di Villa piuttosto che Re Lupo e Principessa). 

Diffusi capillarmente sono invece i polentonissimi: in tutte le feste di carnevale ossolano si preparano infatti polenta e salamini, piatto tipico della festa. Anche in questo caso la preparazione dell’alimento è stata “spettacolarizzata” al massimo: i “pulentatt” di Domodossola allestiscono un vero e proprio banco in piazza Mercato, recintato, ed hanno addirittura una vera e propria divisa gialla, con grembiule e cappello ed un ruolo organizzativo della manifestazione molto importante (cfr Ragozza, 1997). I pulentatt hanno anche un “trususr”, lo strumento che si usa per girare la polenta, che è diventato il nome del giornaletto satirico gratuito che fa da anticipazione al “Tavan”, il giornale satirico “ufficiale” (sulla diffusione della polenta in Ossola cfr Ciurleo, 2015).

Molte maschere ufficiali prendono poi il nome dai soprannomi che venivano dati agli abitanti di quel paese, mentre sono presenti, ma solo in pochi carnevali (in quelli dove c’è una tradizione nobiliare, quali ad esempio Domodossola o Vogogna), maschere nobili.

Non si registra la presenza di maschere naturalistiche, quali ad esempio gli orsi o gli uomini selvaggi, né tantomeno di “matte”, le maschere demoniache che portano scompiglio e di cui Arlecchino (“l’assertore della libertà totale”, come viene definito da Gallo Peccia) è il massimo esponente.

 

Se vogliamo generalizzare le maschere ossolane rientrano a pieno titolo nelle cosiddette Maschere di carattere, con contadini arguti e vivaci, mogli sagge e di buon senso. I vestiti sono spesso riproposizioni del vestito tradizionale ossolano, senza particolari variazioni o sovvertimenti.

I giovani sposi: Togn e Cia di Domodossola

Il Canrevale di Domodossola è certamente tra i più attivi e famosi del territorio.

I personaggi carnascialeschi in questo caso sono una giovane coppia di sposi, composta da Togn della Motta e Cia di Briona che si univano in matrimonio festeggiando per la città, con un corteo nuziale che partiva proprio dal rione Motta, raccogliendo invitati di tutte le vallate ossolane, si univa al corteo dei nobili provenienti dal Calvario, ovvero la Corte di Mattarella, e terminava in piazza Mercato. Le radici storiche di questo matrimonio risalgono al carnevale 1925, quando venne messo in scena il matrimonio, ambientato nel 1622. Si trattò della messa in scena di un’opera “colossale” con parole dei coniugi Dolcini e musica del prof. Tira - Verdi (Ragozza, 1998, pp. 19-23). Il fatto che i due sposi provengano da due zone diverse zone della città è sinonimo anche della diversa provenienza sociale delle due maschere: da una parte, infatti, troviamo la ricca Cia che sposa il povero Togn della Motta, da dove giungono i Patlesc, di classe popolare, che, come testimonia lo storico Nino Bazzetta, va ad accasarsi con la benestante fanciulla.

Il look delle due maschere è particolarmente interessante: Togn, diminutivo locale di Antonio, in origine Tonio, era vestito da una «tuba rossa con un cravattone sopra un panciotto di seta biancavorio ricamato a fiorellini di diversi colori, una zimarra di panno nero rasato e scarpe con fibbie d’argento. […] Nel 1930, chiamato ancora con il nome di Tonio, risulta essere abbigliato con calzoni corti e parrucca» (Ragozza, 1998, pp. 24-25). Attualmente l’abito della maschera maschile risulta maggiormente contadino, con un’ampia giacca di panno verde con le code appena accennate, dei pantaloni di fustagno marrone a mezza gamba con calze bianche, un cappello a larga tesa. La sua provenienza era il quartiere della Motta, ovvero la zona compresa tra palazzo SIlva, piazza della Chiesa, via Capis e via Monte Grappa.

La maschera femminile è invece rappresentata da Cia, in origine Nona Cia o anche Cietta, ed è attestata a partire, almeno, dal Carnevale del 1870. La fanciulla, giovane sposa, proveniva da una ricca famiglia abitante in Briona, rione della città, forse la più antica del borgo. Come già detto la diversa provenienze geografia e soprattutto sociale dei due vide l’unione tra gli sposti fortemente contrastata dalle famiglie, ma l’amore tra i due «era commovente, tanto che quando essi decisero di sposarsi, anche contro il volere dei parenti, tutti gli abitanti di Domodossola decisero di contribuire e finanziare il pranzo di nozze» (Gallo Pecca, 1987, p. 213). Sempre secondo Gallo Pecca furono abbattute 500 bestie fra grosse e piccole, bevuti 40mila boccali di vino, e «tra danze e conviti, sette persone giacquero senza mente per diversi giorni e ben cinque, per indigestione di mangiare e vino, passarono la barca di Caronte» (Gallo Pecca, 1987, p. 213).

Esistono anche altri personaggi secondari che partecipano alla sfilata. Alcuni di questi sono rimasti ancora attivi, quali ad esempio la Corte di Mattarella, composta da COnte, Contessa, Podestà, armigeri, notaio e dottore, vestiti con costumi del ‘600, l’epoca in cui avvenne il matrimonio tra i due sposi. Molto più recente p invece l’introduzione del personaggio del nobile Gaspare Jodok Stockalper, vallesano che soggiornò per lungo tempo a Domodossola.

Ma esistono anche personaggi che fecero apparizioni molto più sporadiche. Ad iniziare da Pedarpaul, il figlio nato dopo un anno dalle nozze. La testimonianza dell’uso di questa maschera è attestato in Gallo Pecca (1987, p. 213), mentre gli studi locali di Ragozza (1998, p. 27), lo vedono come una maschera che fece le sue comparse nel carnevale saltuariamente. Lo troviamo nel 1890, battezzato (con il nome di Pederpavul), cerimonia ripetuta nell’edizione del 1926, ed ancora negli anni ’70 e nel 1993. Nel 1871 troviamo anche l’apparizione, fugace, della maschera di Pompeo da Tappia, un belloccio che voleva insidiare la bella Cia e che duellò, rimanendo sconfitto, con il Togn, mentre nel 1930 prese parte all sfilata pomeridiana anche il “venerando nonno” della Cia, migrante americano giunto dal Nuovo mondo per assistere alle nozze della bella nipote (Ragozza, 1998, p. 27).

L’organizzazione di questo evento è competenza del Comitato Carnevale Polenta e sciriuii, e segue un programma ben preciso: solitamente si inizia il sabato della settimana precedente al giovedì grasso, con la consegna delle chiavi della città alle due maschere, la cui identità è già stata svelata al pubblico tramite una conferenza stampa ad hoc, e la loro visita, la domenica, ai vari carnevali ossolani, ad esempio Vogogna, Bognanco, Preglia, Cosasca o quello della Cappuccina o del Badulerio. 

Dal lunedì le maschere iniziano a girare per Domodossola con gruppi di maschere, facendo visita alle scuole, nei vari negozi e per le strade, alla ricerca delle oblazioni necessarie per mantenere l’iniziativa. La sera dei Giovedì grasso, invece, comincia il tradizionale ballo sotto i portici, a partecipazione gratuita. Si tratta di un’usanza molto antica, testimoniata già nel 1901, e che rientra nella concezione delle veglie e dei veglioni carnascialeschi (ad Intra, ad esempio, la stessa sera si allestiva il Trapulin, un’area da ballo recintata proprio sotto la tettoia dell’imbarcadero), ancora oggi molto sentita. 

Sabato grasso, nel pomeriggio, c’era invece il ballo dei bambini, che dal 1984 si tiene nella discoteca Trocadero di Domodossola, con la partecipazione di Togn e Cia. 

Domenica invece è la giornata della celebrazione delle nozze tra i due sposi, con la distribuzione di polenta e salamini in piazza Mercato. Al mattino c’è l’uscita del giornale satirico Tavan, mentre ad ora di pranzo c’è la distribuzione del piatto tradizionale, mentre nel primo pomeriggio si assiste alla sfilata delle maschere per la città, accompagnati da bande, carri allegorici e gruppi mascherati, con la premiazione dei migliori (Ragozza, 1998, pp.45-47). Al termini ci si ritrova in piazza Mercato con tutto il corteo, dove viene celebrato ufficialmente il matrimonio tra Togn e Cia.

Martedì pomeriggio, l’ultimo giorno di Carnevale, in piazza Mercato si hanno gli ultimi riti, con la distribuzione di chiacchiere e la tombolata gastronomica (Ragozza, 1998, p. 48). 

 

 

I vecchi sposi: Arlori e Zecra di Villadossola

A differenza di Domodossola a Villadossola, città industriale confinante con il capoluogo ossolano, le maschere di carnevale sono rappresentate da una coppia di vecchi sposi. In particolare vi è il tipico capovolgimento delle parti, che troviamo anche a Borgomanero ed in molti altri contesti carnevaleschi, con un uomo che interpreta il ruolo femminile e viceversa. In questo caso l’Arlori è il tipico contadino anziano, un po’ “stupidotto” che ha sposato Zecra, giovane ragazza di città molto pettegola (letteralmente il nome allude alla zecca). Le differenze tra le due maschere, un tempo, come testimoniato dal Gallo Pecca, erano molto evidenti anche dal costume (caratteristica ora meno evidente): lui con un abito antiquato, lei particolarmente provocante. Al termine della festa c’è l’usanza di svelare chi siano le persone che interpretano i due ruoli, la cui identità è tenuta nascosta fino all’ultima domenica di carnevale.

 

Maschere e fiumi

Nel Vco l’acqua è un elemento particolarmente importante per l’economia: fiumi, torrenti e laghi sono così entrati anche nel contesto carnevalesco dando origine a diverse maschere. Gravellona Toce ha come maschera, registrata da Gallo Pecca, ma non più attiva, quella di Re Toce. Si tratta, se vogliamo, di un’analogia con Re Lupo e con la personificazione delle forze della natura: il Toce è il fiume che attraverso l’Ossola ed ebbe particolare importanza in Ossola e nel paese come fonte di energia per le nascenti imprese tessili, cartarie e meccaniche. Ecco il motivo per cui è diventato il Re del Carnevale (Gallo Pecca, 1987, p. 245).

Caso analogo è quello accaduto ad Omegna, con Re Nigoglia e Regina Nigolina, divenuti, grazie alla particolarità del fiume Nigoglia (il lago d’Orta  infatti non ha un emissario a sud: le sue acque defluiscono direttamente nel torrente Nigoglia che, unitosi allo Strona, confluisce nel Lago Maggiore. Proprio per questo motivo e per questa particolarità (secondo gli omegnesi “La Nigoeuja la va in sù / e la legg la fem nu”) il torrente ha dato il nome alle due maschere, divenute simbolo del mondo alla rovescia. I poveri mangiano fagioli a volontà, i tiranni sono abbattuti, Re e Regina (di origine popolane) abbracciano i propri sudditi. Naturalmente Re e Regina non possono che giungere in barca dal lago per festeggiare il Carnevale (Gallo Pecca, 1987, p. 336).

A Pieve Vergonte è il giornalino satirico (non più attivo) che prende il nome dal torrente Marmazza (Gallo Pecca 1987, p. 526). 

 

Carnevali verbanesi e lacustri

A differenza dell’Ossola il Carnevale che viene festeggiato a Cannobio è quello ambrosiano. In questa occasione si celebrano i “magnan”, ovvero i calderai riparatori di pentole, caratterizzati dal viso sempre sporco di fumo - come gli spazzacamini - e considerati dei veri e propri portafortuna. Piatti tipici del carnevale cannobiese sono salamini, trippa e risotto (tradizione questa condivisa ad esempio con Vogogna) (Gallo Pecca, 1987, p.131).

Più complesso è senza dubbio il carnevale di Verbania, che Gallo Pecca suddivide tra Intra, Verbania e Pallanza.

Proprio questi ultimi due carnevali condividono la maschera di Re Pallante, della Bella Pallantina e di Buscin. Pallante era un ex schiavo divenuto prima liberto e poi uomo di potere sotto l’imperatore Claudio. Quando questi morì ed il trono passò a Nerone, dapprima Pallante riuscì a mantenere il suo incarico di “ministro del tesoro”, salvo poi cadere in disgrazia e venire ucciso. Secondo la leggenda che lega questo personaggio storico a Verbania, sopra un cippo di marmo conservato nella chiesa di santo Stefano, vi è un’iscrizione che reca il nome di Narcisso, un liberto “collega” di Pallante. Proprio Pallante sarebbe stato il fondatore dell’abitato di Pallanza e di Verbania, ed a Carnevale, assunto il ruolo di Re, sfila con la moglie, la Bella Pallantina, insieme ad una folta schiera di legionari, accompagnati dalle maschere delle frazioni, tra cui quella di Buscin, di Fondotoce. Anche in questo caso la maschera ha origini “popolari”: proprio nella frazione allo sbocco del Toce sul Lago Maggiore si fermavano i mandriani che scendevano dalla montagna con le loro mucche ed i loro vitelli (buscin appunto).

 

Esiste anche, sempre secondo Gallo Pecca, un’altra figura particolarmente importante, anche se non si tratta propriamente di una maschera codificata: il barcaiolo Paciasal, mangiatore di sale. Secondo la leggenda l’uomo, assiduo bevitore (tanto che veniva canzonato con la frase “deve mangiarne di sale quello lì, per avere così tanta sete”), una sera litigò con la moglie che, arrabbiata, gli lanciò una scarpa contro. La calzatura prese in pieno il quadro di una Madonna e dal quadro caddero delle monete d’oro, nascoste da chissà chi. Il barcaiolo, calmo, le raccolse e, per la grazia ricevuta, andò all’osteria offrendo da bere a tutti (Gallo Pecca, 1987, pp. 341-342).

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